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MENTAL COACHING E VOLLEY: SEI IN GRADO DI GIOCARE IL PUNTO DECISIVO?

MENTAL COACHING E VOLLEY: SEI IN GRADO DI GIOCARE IL PUNTO DECISIVO?

Storia della gestione del punto decisivo, raccontata dal punto di vista del pallavolista

 

Come avevamo accennato nei giorni scorsi, il Volley Parella ha intrapreso un percorso che ha l'obiettivo di renderci DIFFERENTI dalle altre società di Volley del torinese.

Per farlo, abbiamo deciso di concentrarci su due fronti in particolare: enfatizzare i VALORI DELLO SPORT ed investire sulla CRESCITA MENTALE di tecnici ed atleti della nostra realtà. Sì, perché VOLLEY PARELLA vuole essere qualcosa di più di una semplice società di Pallavolo.

Oggi abbiamo deciso di pubblicare questo articolo, relativo ad un importante aspetto del Mental Coaching, senza troppa teoria ma visto direttamente con gli occhi di un pallavolista. Buona lettura e fateci sapere cosa ne pensate.

 

 

Nella mia vita ho praticato due sport a livello agonistico: il calcio e la pallavolo. La preparazione mentale è fondamentale in ogni sport ma, la mia esperienza diretta mi permette di fare alcuni confronti e di concludere che, per molti versi, il VOLLEY è uno sport ancora più “MENTALE”, rispetto al calcio.

Ogni azione determina un punto, forti emozioni e la partita non è mai finita fino all’ultimo punto.

Il volley, quindi, è uno sport dove la preparazione mentale è fondamentale. Il pallavolista deve essere molto preparato emotivamente in ogni momento della gara.

 

So bene che, se state leggendo questo articolo, è perché siete interessati a capire quali siano le potenzialità del coaching nello sport ma so altrettanto bene che avrete già letto N articoli in cui vi siete sorbiti il “pippone” in cui persone che si professano “esperte del settore” (senza aver mai fatto una partita vera), danno consigli asettici su COME DOVETE RESPIRARE, COSA DOVETE VISUALIZZARE,…”…

Per carità, tutto vero… Tutto corretto… IN TEORIA…

MA IN PRATICA?? COSA DIAVOLO DEVO FARE PER “METTERE PER TERRA QUEST’ULTIMA PALLA E ESULTARE CON I MIEI COMPAGNI??”

Oggi voglio raccontarvi un’esperienza vissuta direttamente e recentemente: la gestione mentale dell’ultimo punto, quello decisivo, nella finale del campionato.

Se sei uno sportivo, uno sportivo vero, sai che non si tratta di giocare l’ultimo punto della finale delle Olimpiadi o del torneo “Misto è bello” della tua provincia… Una finale è una finale!

No, no, no…. Non sono impazzito di colpo.

Non sto dicendo che sia la stessa cosa. E’ chiaro che giocare davanti al mondo che ti guarda in TV, a giornalisti, tifosi, comporti un carico di pressione profondamente diverso rispetto a farlo davanti ai genitori, qualche parente e qualche “aficionados” che segue la squadra in tutta la provincia…

Ma credo che un atleta che si rispetti, che abbia ben chiaro cosa sia lo sport, che sappia cosa significhi allenarsi per un anno intero, fare sacrifici (più o meno grandi), si alimenti dell’adrenalina che si prova mentre si gioca la partita decisiva, il punto decisivo.

Se non sai di cosa io stia parlando, beh… Allora mi dispiace ma NON SAI COSA SIGNIFICHI FARE SPORT!

Per tutti gli altri… andiamo avanti!

 

Allora… Finale del campionato (per le motivazioni di cui sopra non sto neanche a specificare di che categoria si tratti…).

Siamo dopo la metà di giugno e giocare in una palestra chiusa è come farlo dentro una sauna…

Il palazzetto è davvero pieno… Pieno di gente come non lo abbiamo mai visto durante l’anno. Ma queste sono cose che un atleta nota al massimo durante il riscaldamento. Poi, dopo il primo pallone giocato, si chiude la saracinesca e ci siamo solo io, i miei compagni, gli avversari e… LA PALLA!

LA PARTITA INIZIA. Mi arriva subito il primo pallone da attaccare.

 

Salto e penso “ora la schianto nei 3 metri…” Decido di tirare sulla parallela (lungolinea per i meno addetti ai lavori), effettivamente il muro non mi prende e la palla cade per terra, vicino alla linea dei 3 metri…

Esulto subito ma, prima di girarmi verso i miei compagni, vedo l’arbitro che alza le braccia e chiama la palla fuori… MA NO!!! Vorrei chiedere il “video challenge” ma mi ricordo di non essere in serie A, purtroppo…

 

Va beh… Andiamo avanti… Pensiamo alla prossima palla.

Seconda palla… Gli avversari difendono e rigiocano…

Terza palla… Rete!

 

Insomma… Per un set e mezzo faccio una fatica immane a mettere la palla per terra ed a fare punto. Considerando che sono uno dei principali terminali offensivi della squadra, questo è un problema.

Anche se riesco a giocare sui miei livelli, almeno in ricezione, perdiamo il primo set e chiediamo time out a metà del secondo (risultato in bilico ma siamo sempre sotto).

Come mio solito, cerco di analizzare cosa non stia funzionando (molto). La prima idea che mi viene è “colpa del palleggiatore, cazzo!! Mi sta dando dei palloni di merda…”

Poi penso “eh no però… Troppo facile prendersela con il palleggiatore…” Allora penso alla MIA rincorsa, al MIO tempo sulla palla e poi, solo a quel punto, parlo con il mio compagno e gli chiedo di cambiare tipologia di alzata…

Inoltre, lo rassicuro… Nel secondo set mi è sembrato avesse meno fiducia nel mio attacco e mi alzasse meno palloni: “ci sono eh… Ci sono… Dammi palla e la metto per terra…” E NEL FRATTEMPO CERCO DI CONVINCERMENE ANCHE IO!

 

Appena prima di rientrare in campo, cerco di concentrarmi su cosa sia andato bene… Rivedo nella mente i movimenti che hanno portato ad una ricezione perfetta ed i pochi attacchi punto fatti.

 

DAI RIPARTIAMO DA QUI!

 

Il mio palleggiatore, effettivamente mi da fiducia e appena torno in prima linea mi alza il pallone come lo avevo chiesto. Io rallento un po’ la rincorsa e decido di evitare di continuare a tirare fortissimo e di usare il cervello. Pallonetto dietro il muro e… PUNTO!!

Altra palla… Altro PUNTO. Questa volta sulle mani-fuori sul muro avversario.

 

ECCOLO QUI IL MIO GIOCATORE PREFERITO (Scusate, sono di parte…).

 

A parte le battute, questa è la svolta. PERCHE’ HO RIACQUISTATO FIDUCIA IN ME STESSO””

 

Da qui in poi non sbaglio più un pallone… Va beh dai… Quasi…

 

Vinciamo il secondo ed il terzo set. Il quarto, invece, è tiratissimo. Punto a punto tutto il set ma arriviamo alla fine, con un piccolo break di vantaggio. Un attacco fuori degli avversari ci porta sul 24-22.

Due match points. Il primo viene annullato da un loro bell’attacco.

Ora sono i nostri avversari in battuta. Io sono in prima linea e so bene che sono una delle principali opzioni di attacco per il mio palleggiatore… A dire il vero aspetto proprio che la alzi a me… Anzi, quella palla la voglio io! Voglio chiuderla io sta partita, porca miseria!!

Ma anche gli avversari sapranno che, all’80% questa palla arriverà a me… Troverò, quindi, un muro ben piazzato. 4 o 6 mani che mi aspettano per strozzarmi in gola l’urlo della vittoria…

La pallavolo ha parecchie pause… In cui ti permette di pensare tanto. Forse troppo! Io ne approfitto per fare una cosa che mi ha insegnato il mio MENTAL COACH: immagino di fare l’attacco, immagino il muro davanti a me e immagino dove vorrei che arrivasse la palla. Vivo nella mia mente fare punto e vincere la partita!

 

Ma torniamo in campo… Prima c’è una ricezione da fare…

Battuta avversaria non irresistibile... E’ indirizzata verso un mio compagno… BENE! Inizio a prepararmi per la rincorsa d’attacco…

Palla al palleggiatore e… Eccola qui. Sta arrivando verso di me!

L’alzata è perfetta… La mia rincorsa anche. Con la coda dell’occhio vedo le mani del muro ben posizionate, ma intravedo uno spiraglio sulla mia direzione preferita: la parallela.

E’ tutto come avevo immaginato qualche secondo prima!

 

E come avevo immaginato qualche secondo prima, colpisco la palla… E la partita è finita… Point, set & Match… VITTORIA!!

 

Abbiamo appena raccontato un esempio reale di GESTIONE MENTALE dello stress, in particolare nell’approccio al punto decisivo, di una partita decisiva. Fateci sapere cosa ne pensate. Vi è mai capitato di vivere questo momento? Come avete reagito? Come vi siete sentiti?

 

Fateci sapere e... SU LE MANI PER IL PARELLA!

Continua...

“Il miglior atleta è quello orfano”?

“Il miglior atleta è quello orfano”?

 

Il rapporto genitori-sport è sempre stato oggetto di grandi dibattiti. In questo articolo, vi raccontiamo il nostro punto di vista.

 

 

 

Vivendo da decenni il mondo dello Sport, ne abbiamo viste “di cotte e di crude”. Molto spesso noi addetti ai lavori ci troviamo a riflettere su alcuni comportamenti deii genitori dei nostri piccoli (e meno piccoli) atleti.

Qualcuno, di fronte all’invadenza di alcuni, arriva persino a dire con cinismo e cattiveria esagerate, che i migliori atleti da allenare sarebbero gli orfani…

Su questo tema si sono già espressi opinionisti anche illustri e crediamo che non occorra il nostro intervento, per precisare quanto i genitori rappresentino un’enorme risorsa per ogni bambino e che una frase del genere non può avere senso, se non vista come una provocazione, volta a suscitare un dibattito.

Premesso questo, però, se in moltissimi casi i genitori rappresentano la fortuna dei figli, è altrettanto vero che non sono rari i casi in cui non si possa dire lo stesso.

In ogni caso, sia in un verso sia nell’altro, è indubbio che la famiglia rivesta un ruolo molto importante nella crescita  sportiva dei “nostri” ragazzi.

Ma qual è il nostro punto di vista? Quale il corretto equilibrio, affinché possa funzionare tutto a dovere?

Un “lavoro” di squadra condiviso fra tecnico, atleta, società e famiglia, aiuta moltissimo nel processo educativo e di evoluzione degli atleti con cui lavoriamo. La prima regola, comunque, è quella che contraddistingue ogni sorta di comunicazione: mettiamoci nei panni del nostro interlocutore.

Da parte di noi addetti ai lavori, occorrerebbe sempre tenere in considerazione che, spesso, l’atteggiamento di un genitore è inevitabilmente “inquinato” da un grandissimo coinvolgimento emotivo e sarebbe opportuno tenerne conto, quando ci rapportiamo con i genitori, considerando che spesso lo siamo anche NOI e, se analizziamo con spirito critico la situazione, sapremo che è molto più complesso mantenere l’oggettività con i nostri piccoli.

Viceversa, i genitori dovrebbero tenere sempre a mente che tecnici e società hanno un’esperienza maggiore e conoscono bene situazioni che un genitore vive con il proprio figlio magari per la prima volta. Inoltre, in queste vesti dovremmo sempre considerare che, a prescindere che si possa essere d’accordo o meno con le scelte, spetta all’allenatore decidere chi va in campo e chi no, chi deve essere sostituito e chi no e così via.

IL COMPITO DI UN GENITORE, DOVREBBE ESSERE INSEGNARE A REAGIRE AD UNA PANCHINA, AD UNA SCELTA TECNICA CHE NON RITENIAMO CORRETTA, LOTTANDO PER DIMOSTRARE ALL’ALLENATORE CHE SI SBAGLIAVA.

In questo, lo Sport può rappresentare ancora un’importantissima scuola di vita e siamo convinti che, se un ragazzo impara questo approccio, il valore aggiunto che gli avranno dato queste piccole “sofferenze”, causate da una scelta tecnica opinabile, varrà molto più che aver giocato quelle partite.

Si rivolge direttamente ai genitori dei giovani atleti (bimbi), focalizzandosi principalmente su quelli che nutrono grandi speranze nel destino sportivo dei propri figli.

 Ora, senza voler entrare in nessun merito specifico e senza volerci erigere a “giudici” di atteggiamenti a cui abbiamo assistito, vorremmo condividere con voi i 3 errori più gravi e frequenti, in questo ambito.

IN questi anni, abbiamo avuto la fortuna di creare diversi giocatori che hanno avuto successo. Contestualmente, abbiamo lavorato con alcuni genitori meravigliosi che hanno contribuito in grande parte nel successo dei propri figli.

Ma sfortunatamente siamo stati anche testimoni del sabotaggio perpetrato da molti genitori, talvolta inconsapevolmente e spesso con le migliori intenzioni, ai danni del futuro atletico dei propri ragazzi. Se questi avessero fatto attenzione a poche semplici regole, o avessero esaminato alcuni dei motivi che li animavano, non solo avrebbero fatto del proprio bambino un migliore atleta, ma ne avrebbero fatto migliori agonisti, ragazzi più felici e con maggior benessere.

Se riconoscete di essere dei genitori  entusiasti del fatto che vostro figlio possa avere una carriera nel mondo del Volley, vi invitiamo a farvi un obbiettivo esame di coscienza.

E se vi accorgete che state facendo una delle due cose che vi scriveremo di seguito, vi possiamo garantire che vostro figlio non arriverà dove credete possa arrivare.

State riponendo sul vostro bimbo quelle che sono le VOSTRE ambizioni.

Troviamo interessante notare che molti degli atleti più realizzati che abbiamo conosciuto non siano, nel momento in cui arrivano al Volley, (i genitori) ossessivi che ci si potrebbe aspettare. Infatti  questi tendono ad avere un atteggiamento del tipo “leisez faire” verso l’attività sportiva dei figli. La nostra opinione è che questi genitori abbiano una più alta comprensione di cosa sia il processo di sviluppo sportivo. Porre le fondamenta, acquisire una serie di abilità e prendere dimestichezza gradualmente con i tranelli della competizione, sono considerati da questi genitori più importanti che riconoscimenti ed encomi. Questi  hanno grande famigliarità con la lunga strada e la mole dei sacrifici che sono richiesti per arrivare in alto nello sport, e anche con la casualità necessaria per riuscirci. Tendono ad essere più rispettosi degli allenatori e pazienti in rapporto al processo di formazione. In breve, questi hanno raggiunto una prospettiva più ampia, che molti di noi non possiedono. I  genitori che non hanno esperienze agonistiche semplicemente non hanno mai sviluppato la serie di abilità psichiche che sono richieste ad un atleta. È possibile che questi stiano sperimentando l’agonismo in atletica per la prima volta attraverso il prisma del proprio ragazzo; cosa che può costituire un pendio molto scivoloso. Altri invece credono che i propri figli rappresentino una “seconda chance” per correggere gli errori di un proprio passato atletico non così illustre come avrebbe dovuto essere. Ad ogni modo la cosa più importante da capire, è che i ragazzi pre adolescenti seguono tre motivazioni principali per fare sport: divertirsi, socializzare, e compiacere i propri genitori. Troppi bambini finiscono per fare semplicemente l’ultima cosa, e questo spesso non funziona troppo a lungo. Questi ultimi ragazzi raramente durano nello sport fino a raggiungere l’alto livello e molto spesso finiscono per lasciare la propria disciplina, dopo anni di sviluppo, perchè questo è un bel modo di ribellarsi ai propri genitori. A fine gara, sentiamoo spesso che le prime parole di questo tipo di genitori sono valutazioni o di critiche riguardo alla competizione quando dovrebbero semplicemente essere: “ti sei divertito?”

Superspecializzazione prematura.

Una volta abbiamo avuto a che fare con un papà ansioso riguardo l’allenamento della figlia infortunata. Il dottore aveva raccomandato 3 settimane di riposo per permettere la guarigione dall’infortunio, ma questo papà era del parere che fosse una cautela eccessiva e che la figlia avrebbe perso troppo terreno a causa di questo stop. All’epoca la bambina aveva 9 anni. Chiaramente il papà avrà avuto in mente i suoi progetti e non l’interesse della figlia. Dubitai fortemente che sarebbe arrivata a fare sport oltre i 12 anni.

C’è stato uno sbalorditivo incremento di infortuni di tipo ortopedico tra i ragazzi nell’ultimo decennio. Questo corrisponde all’incremento di specializzazione prematura in un singolo sport. I bambini sono allenati troppo duramente, troppo spesso, troppo ripetitivamente e troppo spesso senza una corretta preparazione dei presupposti fondamentali. I programmi di allenamento e di addestramento sportivo si sono concentrati su questo, spesso ignorando le linee guida ortopediche, preferendo invece compiacere i genitori mostrando ai genitori risultati immediati.

CONCLUSIONI

Se vostro figlio (o figlia n.d.t.) ha meno di 12 anni e vi riscoprite a bordo campo con le parole “campione”, “borsa di studio” e “fenomeno” che vi girano in testa probabilmente avete bisogno di ri-settare la vostra prospettiva. Una delle lezioni più difficili che dovrete imparare è che ci sarà un momento in cui saranno loro a decidere se continuare o meno in uno sport. E non ci sarà nulla che possiate fare  per farli continuare a competere, se semplicemente non ne avranno il desiderio o la voglia. E’ un semplice dato di fatto che le ore in macchina, le migliaia di € spese per la loro formazione tecnica e gli anni trascorsi assistendo a gare ed allenamenti, statisticamente molto spesso non portano da nessuna parte.

I valori imparati e conquistati su un campo di Volley varranno più di qualsiasi altro premio; valori quali sportività, l’onore, l’integrità, lo stare bene, il lavoro duro ed il lavoro di squadra. La relazione che instaurerete attraverso le gare dei vostri figli avrà una grande importanza nel loro futuro. Le decisioni che prenderete come genitori avranno un effetto enorme non  solo nello sviluppo atletico di vostro figlio, ma anche riguardo alla sua salute, al suo benessere ed alla sua etica. Scegliete saggiamente.

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NON SOLO VOLLEY...

Ciao a tutti,

con grande orgoglio e piacere, il Volley Parella comunica a tutti coloro che ci seguono che, a partire da oggi, prenderà vita il nostro BLOG, rivolto a tutti coloro che amano il Volley e lo Sport in generale.

All'interno del nostro percorso di crescita, infatti, vogliamo diventare un vero riferimento per i ragazzi e le ragazze della città di Torino, che devono trovare in NOI, qualcosa di più di una società di Volley.

Negli ultimi decenni, infatti, l'organizzazione ed i risultati sportivi raggiunti, ci hanno permesso di essere riconosciuti come la principale realtà pallavolistica di questa splendida Metropoli, MA NON CI BASTA!

Noi vogliamo essere riconoscibili come una società che mette al centro del proprio Progetto i valori dello Sport. Vogliamo distinguerci, investendo nella formazione caratteriale degli atleti ma soprattutto dello Staff Tecnico a cui sarà affidato IL NOSTRO PATRIMONIO PIU' GRANDE: le centinaia di Ragazzi che, ogni anno, frequentano le nostre palestre.

Per farlo, ci affideremo ad un team di Professionisti che avete conosciuto e che imparerete a conoscere, a dimostrazione del fatto che il Volley Parella vuole investire pesantemente nella propria crescita ma, in particolar modo, vuole investire sulla crescita delle risorse che la compongono (atleti, tecnici, dirigenti, ecc...).

Come ogni BLOG che si rispetti, ci auguriamo che questo strumento diventi un modo per confrontarsi e per condividere le vostre opinioni, un canale in cui poter esprimere il vostro parere che sarà sicuramente fonte di riflessione e spunto per continuare a migliorarsi per noi.

Chiudiamo questo primo breve articolo del nostro BLOG, condividendo con VOI l'obiettivo con cui nasce questo progetto: se mi metto nei panni di un genitore, che deve affidare il proprio figlio o la propria figlia per qualche ora al giorno ad una società sportiva, vorrei avere la chiara percezione di metterlo in mani sapienti, esperte e preparate.

Ma non abbiamo la presunzione di credere che queste caratteristiche siano proprie "soltanto" del mondo Parella. A Torino e nelle città limitrofe, è innegabile che ci siano altre realtà ugualmente preparate. NOI vogliamo offrire qualcosa in più, però. NOI vogliamo togliere dal centro del nostro progetto l'importanza dei risultati, soprattutto per quanto riguarda il settore giovanile, focalizzando l'attenzione sulla CRESCITA PERSONALE delle nostre risorse. Lo facciamo con i fatti.

E QUESTO, POSSIAMO DIRLO, NON SUCCEDE IN TANTE ALTRE SOCIETA'...

 

A presto,

lo Staff del Parella Volley

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